Across the Universe

Per i Beatles “Across the Universe” più che una canzone fu una piccola odissea. Passano infatti più di due anni dalla prima incisione alla pubblicazione della versione più famosa. Tra le due date, di mezzo ci sono sei take, un gran numero di prove e almeno tre differenti remissaggi. Il tutto senza giungere a una versione che soddisfacesse a pieno il suo autore.
John Lennon fu sempre molto affezionato a questa canzone. Raccontò di averla composta di getto, un mattino, scrivendo prima le parole e trovando in seguito la melodia. In sostanza si trattava di una poesia in musica, secondo un procedimento abbastanza inconsueto per lui.
La sua idea era di proporlo come lato A di un singolo, e con questa intenzione portò gli altri Beatles a incominciarne le incisioni il 4 febbraio 1968. Ma nel corso di quella giornata emerse un fatto: nessuno di loro aveva una precisa idea di come arrangiarla.
Purtroppo all’epoca i quattro risentivano ancora del calo di energie seguito al gran lavoro del 1966-67, su Revolver e Sgt Pepper. Tutto quello che avevano inciso successivamente – compresi grandi capolavori, intendiamoci – aveva però cominciato a mostrare dei segni di cedimento all’interno del gruppo, che sarebbero esplosi più decisi nel corso dell’anno durante le incisioni per il White Album. Se ci si aggiunge l’alto consumo di droghe (Lennon era nel suo periodo di più alta assunzione di Lsd), il risultato erano sessioni piuttosto caotiche, idee non sempre chiare e un procedere a tentoni, facendo e rifacendo più volte i pezzi. Sembrava insomma svanito lo stato di grazia delle registrazioni del Pepper, la capacità di avere poche idee ma buone e realizzarle subito senza ripensamenti.
Il 4 febbraio i Beatles registrarono 6 take di Across the Universe, provando diverse soluzioni. In un primo momento suonarono strumenti acustici fortemente effettati, in seguito aggiunsero percussioni etniche e un sitar (si tratta della take 2, ascoltabile sulla Anthology). Nel tardo pomeriggio sembrarono arrivare a una registrazione soddisfacente, sotto forma di una ballata acustica.
Quando però ripresero il lavoro dopo una pausa, ricominciarono le modifiche. John Lennon incise la propria voce, ma subito dopo gli venne in mente che fossero necessarie delle voci femminili. Così furono prelevate due delle ragazzine che stazionavano notte e giorno fuori dagli studi di Abbey Road (le cosiddette Apple Scruffs), le quali, in preda a una comprensibile eccitazione, cantarono in modo non troppo gradevole dei coretti acuti sul ritornello.
Non contenti di aver abbastanza improvvisato, i Beatles a fine serata aggiunsero anche basso e batteria, stravolgendo così la natura acustica del pezzo. In più, prepararono dei nastri di effetti sonori psichedelici, tra cui alcuni strumenti suonati a rovescio, che lasciarono lì in attesa di essere aggiunti – non si sa come – alla canzone.
Dopo alcuni giorni dedicati al completamento di Lady Madonna, l’8 febbraio i quattro tornarono a tormentarsi su Across the Universe. Per prima cosa furono cancellate le parti di basso e batteria, e aggiunte delle armonie vocali; in secondo luogo continuarono a sperimentare con diversi strumenti, tra cui organo, mellotron e chitarra.
Ma alla fine decisero di abbandonare la partita e scelsero per il singolo i due brani a cui avevano lavorato nello stesso periodo: Lady Madonna, appunto, e The Inner Light. La canzone non era proprio a trovare una sua strada.
Ma John Lennon non demorse. Passarono i mesi, fu registrato e pubblicato il White Album. Quando agli inizi del 1969 ebbero inizio le famigerate sessioni di Twickenham, Lennon ripropose la canzone ai suoi colleghi.
Vediamo un breve estratto di una di queste prove:
Come si può notare, secondo la filosofia live del progetto Get Back, la canzone veniva eseguita da tutti e quattro in formazione completa, basso e batteria incluse. Non erano prove particolarmente ispirate, com’è noto, anche se va detto che col procedere del tempo riuscirono a produrre delle esecuzioni di Across the Universe migliori di quella che abbiamo ascoltato.
In particolare lavorarono molto sulle armonie vocali, provando una strofa a due e un ritornello addirittura a tre voci, molto suggestivo, anche se a un certo punto si può sentire George Harrison lamentarsi del fatto che la sua parte ha una tonalità troppo alta.
Una delle mie preferite è la versione del 7 gennaio 1969 (ascoltabile sul bootleg “Let it Be Rehearsals vol.1): nonostante qualche errore, è abbastanza ispirata e presenta un Paul che improvvisa delle armonie molto belle sulla strofa e nel finale si lancia in una specie di assolo di basso.
In ogni caso, sembrava destino che Across the Universe non trovasse una sua forma. Delusi dai risultati, i Beatles lasciarono perdere e quando le prove si spostarono da Twickenham agli Apple Studios, la canzone non fu più ripresa.
Relegata al ruolo di scarto, divenne il contributo dei Beatles a un album di beneficenza a favore del WWF, che addirittura prese il titolo dal ritornello: “Nothing’s gonna change our world”. Per l’occasione venne rispolverata la registrazione del 1968, e il 2 ottobre 1969 George Martin, senza la presenza di alcun Beatle, la remixò aggiungendo degli effetti sonori di canto d’uccelli e soprattutto accelerandola e alzandone la tonalità. Restarono i cori femminili. L’album uscì nel dicembre dello stesso anno e il pezzo attualmente si può trovare in Past Masters vol. 2.
Sembrava la pace per la canzone, ma non era così. Nel marzo 1969 il produttore Glyn Johns aveva ricevuto l’incarico di preparare il master per un lp dai numerosissimi nastri delle Get Back Sessions. Across the Universe non venne inclusa in quella prima versione dell’album, anche perché non era stata registrata agli studi Apple ma soltanto provata a Twickenham (quindi non registrata secondo standard discografici).
Nel gennaio 1970 a Glyn Johns venne chiesto di produrre un’altra versione del master. Questa volta, però, c’era una differenza importante: era quasi finito il film che sarebbe diventato Let it Be, e nel montaggio era finito un brevissimo estratto di Across the Universe. Si ritenne necessario, perciò, includere la canzone nell’album.
In assenza di registrazioni decenti compiute durante le Get Back Sessions, Glyn Johns fu costretto a ricorrere ancora all’incisione del 1968. Così la spogliò quanto possibile di tutti gli effetti e i cori, per far credere che fosse stata eseguita in presa diretta durante le prove. E così la presentò nel nuovo master, il 5 gennaio 1970.
Ma questa ennesima versione della canzone era destinata a restare inedita. L’album infatti non fu accettato e questo portò al cambio di produttore: entrava in scena il famoso Phil Spector.
Phil Spector, già noto per il suo caratteristico “wall of sound”, affrontò l’impresa moltiplicando se possibile il suo già esagerato uso dell’orchestra e dei riverberi, nel tentativo di coprire il più possibile la scarsa qualità delle esecuzioni. A rigor di logica, Across the Universe era l’unica canzone a non averne bisogno, essendo stata registrata non alla Apple ma a Abbey Road in ben altre condizioni; tuttavia non sfuggì alla regola e fu anch’essa sommersa di archi in uno stile che Ian MacDonald in modo sprezzante ha chiamato “disneyano”.
Oltre a ciò, la scelta più notevole fu quella di abbassare velocità e tonalità fino a un Re bemolle.
In questa forma la canzone fu finalmente pubblicata sull’album Let it Be, l’8 maggio 1970. E questa è la versione più conosciuta.
Aveva finalmente trovato la pace?
Non del tutto.
Quando nel 2003 Paul McCartney ha lavorato al progetto Let it Be…Naked, Across the Universe ha subito l’ennesimo remixaggio.
In realtà la filosofia di quell’album era di presentare il progetto Get Back come era stato concepito, cioè un disco in presa diretta senza sovrincisioni; quindi Across the Universe non sarebbe dovuta essere inclusa, mancando registrazioni negli studi Apple.
E invece è stata fatta una scelta opposta, per non rendere l’album troppo dissimile dal Let it Be originale; e in mancanza di meglio è stata presa e remixata per l’ennesima volta la registrazione del 1968, cancellando tutto tranne voce e chitarra per dare l’idea di un’esecuzione “live”.
Una bella patacca, no?
Direi veramente di sì. Sono contro i remixaggi così tardi, soprattutto se non dichiarati esplicitamente. Fonte di grande delusione è stato per me l’acquisto del vinile di Yellow Submarine Songtrack, dato che ho scoperto solo dopo il primo ascolto che i brani erano stati remixati. Per la verità c’era anche scritto, ma non me ne ero accorto!
Un’altro esempio di remixaggi camuffati credo che si abbia nelle Anthology. Su vari bootleg ho letto che in alcune registrazioni sono stati aggiunti dei reverberi di sana pianta per le Anthology.
Per quanto riguarda più strettamente Across The Universe non è un brano che mi abbia mai fatto gridare al miracolo e credo di preferire il mixaggio che si trova su Past Masters.
Confermo quanto dici sull’Anthology.
Però bisogna tenere conto di un fatto: tecnicamente non sarebbe stato possibile pubblicare molte di quelle canzoni, perché erano state scartate prima di ricevere anche un solo mixaggio. Era necessario “aggiustarle” un poco, altrimenti sarebbe stato un prodotto impubblicabile. Questo non mi scandalizza.
La vera patacca dell’Anthology, secondo me, sono invece quei pezzi - soprattutto del vol. 2 - che in pratica hanno montato a tavolino per l’occasione usando take diverse, che singolarmente erano incomplete. L’hanno fatto soprattutto con i pezzi di Sgt. Pepper, com’è d’altra parte ammesso nel libretto.
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