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Da 2 a 4 a 8

Pubblicato da Walrus il Nov-27-2008

La storia dei Beatles non è soltanto quella di un complesso musicale: per più di un aspetto è la storia stessa della musica contemporanea e della sua evoluzione tecnica.
Quelli in cui il gruppo compie la parabola sono infatti anni di autentica rivoluzione copernicana della registrazione in studio, durante i quali si passa in breve tempo da primitive tecniche di sovraincisione a moderne attrezzature multitraccia.



Quando i quattro fecero la loro prima prova in studio, George Martin poté mostrare loro le meraviglie della tecnologia contemporanea, che permettevano di effettuare un’incisione addirittura su due piste separate.
Stando così le cose si preferiva dividere il lavoro incidendo prima la base musicale (interamente dal vivo) e aggiungendo in un secondo momento, con calma, le voci. Non erano escluse alcune sovraincisioni, ma il metodo era talmente primitivo e laborioso che vi si ricorreva soltanto per brevissimi estratti: si doveva infatti incidere un nuovo nastro facendo suonare su un altro registratore quello precedente, e poi far confluire i due su un terzo nastro, avendo cura di sincronizzarli con precisione.

Tutte le prime registrazioni dei Beatles furono effettuate con questa tecnica, il che spiega anche il motivo per cui la versione stereo dei primi pezzi presenta tutta la musica su un canale e le voci sull’altro: non si poteva fare altrimenti.

Una grande svolta fu perciò rappresentata dall’adozione delle nuove apparecchiature a quattro piste, intorno al 1964 (uno dei primi pezzi a beneficiarne fu “I Want to Hold your Hand”). Adesso ci si poteva sbizzarrire, effettuando più sovraincisioni e in questo modo curando maggiormente i dettagli. Pensate, ad esempio, a “Help!”: ascoltando il nastro base registrato dal gruppo sulla prima traccia, ci si accorge che manca il fraseggio di chitarra in stile country che chiude ogni ritornello (per intenderci, quello che precede la prima strofa “when I was younger etc.”). Quella frase di chitarra fu registrata in un secondo momento su una pista separata, permettendo a Harrison di eseguirla con tranquillità e con la possibilità di reinciderla in caso di errore.

Fu l’album “Rubber Soul” del 1965 il primo a sfruttare a pieno la tecnica a quattro piste, che verrà via via affinata nel successivo biennio, aprendo possibilità fino ad allora sconosciute. Ad esempio, Paul MacCartney prese l’abitudine di incidere spesso la sua parte di basso in un secondo momento e su una pista separata, in modo che in fase di missaggio si potesse farla risaltare adeguatamente (migliorare il suono del basso fu una delle maggiori preoccupazione dei Beatles nel periodo ’66-’67). Generalmente si procedeva così: il gruppo registrava una base strumentale essenziale, di solito con batteria, basso alle volte, chitarra ritmica, tastiere e una voce guida destinata a essere cancellata. Si cominciava a questo punto a sovraincidere altri strumenti, facendo più tentativi ed esperimenti. Se le quattro piste erano piene e c’era necessità di proseguire oltre, si faceva la cosiddetta “riduzione” (in inglese “bouncing down”), accorpando più piste in una per liberarne un’altra: un’operazione delicata, perché occorreva bilanciare bene il volume tra gli strumenti, sul quale non si sarebbe più potuti intervenire in fase di missaggio. E così via fino alla fine: è così che fu registrato “Sgt. Pepper”.

Ma i Beatles, eternamente insoddisfatti, cominciarono a sentirsi limitati anche dalle quattro piste, soprattutto in virtù del fatto che cominciavano a comparire le prime macchine a otto piste. Ciò causò qualche attrito con la EMI, che esitava ad aggiornare le proprie apparecchiature senza averle prima testate per bene.
Fu così che le prime registrazioni dei Beatles su otto piste furono effettuate non a Abbey Road, ma nello studio indipendente Trident, occasionalmente utilizzato durante la realizzazione del White Album. Fu “Hey Jude” nel 1968 la prima canzone a beneficiare della nuova tecnica, che nei mesi successivi permise anche alcune bizzarrie: ad esempio su “Back in the USSR” e “Dear Prudence”, incise durante l’assenza di Ringo Starr, la parte di batteria fu registrata montando in tempi separati varie parti suonate di tutti e tre i restanti membri.

Adesso le possibilità erano davvero enormi, e bisogna sottolineare che erano sfruttate per lo più per la cura maniacale del dettaglio che caratterizza tutte le migliori incisioni del gruppo. I quattro infatti continuarono regolarmente a registrare una base “dal vivo” tutti insieme; le sette restanti piste, perciò, oltre alla voce erano destinate ad aggiunte a volte anche minime, ma essenziali. Ne è una prova “Abbey Road”, l’ultimo album in ordine di registrazione, che dopo l’esperimento di incisione in presa diretta di “Get Back” riportò i Beatles a lavorare con George Martin: il disco è un capolavoro di precisione, razionalità e cura del dettaglio.

Perché alla fine era questo che faceva la differenza, al di là della tecnologia: il lavoro duro. Non si diventa Beatles per caso.





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