Strawberry Fields Forever

La leggenda di Strawberry Fields nasce in Spagna. John Lennon scrisse infatti questa canzone nel 1966, mentre si trovava nella penisola iberica per le riprese del film “How I Won the War” di Richard Lester.
Non è un caso che un capitolo così importante nella storia della band avvenisse in quei giorni. Il 1966 è infatti un anno cruciale nella loro carriera. In pochi mesi erano avvenuti due avvenimenti capitali: la decisione di abbandonare le esecuzioni dal vivo, maturata al termine di una delle più turbolente tournée della loro carriera, e l’uscita di “Revolver”, l’album con cui i Beatles si ponevano dichiaratamente sulla strada dell’avanguardia musicale.
Nonostante quest’ultimo successo, agli occhi del pubblico il futuro dei Beatles appariva più che incerto, tant’è che più di un giornalista insinuava che in realtà il gruppo fosse in procinto di sciogliersi.
E d’altra parte i quattro si erano presi un periodo di pausa dedicandosi a progetti solisti. Mentre McCartney componeva con George Martin la colonna sonora di “The Family Way”, Lennon provò direttamente l’esperienza dell’attore nel film di Lester. E fu in quei giorni che compose sulla chitarra acustica un pezzo dal titolo “Strawberry Fields Forever”.
In realtà già da tempo aleggiava l’idea di scrivere qualcosa su Liverpool e sulle loro radici. Una delle prime stesure del testo di “In My Life”, ad esempio, citava molti luoghi reali dell’infanzia dei Beatles, in seguito espunti. Lo spunto tornò nel 1966: mentre John in Spagna componeva “Strawberry Fields”, Paul scriveva “Penny Lane”, una coincidenza - voluta o no - che portò in un primo momento a progettare un intero album concettuale su Liverpool. Il progetto non si concretizzò mai, perché esigenze discografiche imposero di fare uscire le due canzoni come singolo, escludendo perciò che fossero incluse nell’album.
Strawberry Fields era il nome di un orfanotrofio di Liverpool nel cui parco Lennon era solito giocare da bambino: ma in ogni caso le corrispondenze effettive tra il titolo della canzone e l’autobiografia dell’autore si fermano lì: il testo della canzone è tipico lennoniano dell’epoca, un affascinante non-sense ispirato dalle droghe psichedeliche; o sarebbe meglio dire, da ogni tipo di suggestione - letteraria, autobiografica - legata all’infanzia rivisitata e filtrata attraverso la lente distorta dell’acido. È stato fatto notare come “Penny Lane” e “Strawberry Fields” rappresentino in tutto e per tutto la sintesi delle differenze tra la scrittura di McCartney e Lennon, sotto ogni punto di vista: musicale, lirico, produttivo. Tanto ricco di variazioni l’uno quanto lineare l’altro; tanto descrittivo l’uno quanto surreale l’altro; tanto classico e colto l’uno quanto anarchicamente sperimentale il secondo.

Le registrazioni di “Strawberry Fields” iniziarono il 24 novembre 1966, ma non si arrivò a una versione definitiva prima di Capodanno. Nei primi nastri dimostrativi la canzone era una semplice ballata con voce e chitarra acustica; aveva peraltro una struttura diversa, aprendosi con la prima strofa e proseguendo con la seconda prima del ritornello. I Beatles provarono un primo arrangiamento di gruppo, abbastanza leggero con fraseggi slide di chitarra distorta dal suono molto psichedelico e al termine una delicata coda strumentale di mellotron (tutti questi nastri si possono ascoltare sul volume 2 della Anthology). Nel corso delle sedute successive il gruppo prese ad appesantire il l’arrangiamento, sulla scia del suono tipico di band americane come i Byrds (cui si erano già ispirati per “Rain”). A quel punto era pronta una versione quasi definitiva, pronta per il mixaggio.
Ma Lennon non era soddisfatto, così volle provare a registrare da capo il pezzo con un arrangiamento differente: chiese perciò a George Martin di scrivere una partitura orchestrale. I Beatles registrarono una nuova base musicale, su cui poi, pochi giorni prima di Natale, furono incise delle parti per tromba e violoncello.
Ma ancora una volta Lennon non era contento. Così chiese a Martin di unire l’inizio della prima versione con la fine della seconda. Il produttore racconta ancora divertito con quale leggerezza Lennon, ignaro degli aspetti tecnici, avanzasse una pretesa così assurda. Le due versioni, infatti, erano state registrate a velocità e tonalità differenti.Tuttavia Martin provò a realizzare l’impresa. Il primo nastro fu rallentato e il secondo velocizzato in modo da far raggiungere loro la medesima tonalità: fortuna volle che così facendo risultassero anche più o meno alla stessa velocità. Queste variazioni sono il motivo per cui, se ci fate caso, la voce e batteria suonano in modo così diverso nel corso della canzone: provate a saltare, per esempio, da un minutaggio precedente a uno successivo a 1:00. Noterete che persino la tonalità non è precisamente la stessa.Tre giorni prima di Natale la canzone aveva finalmente una sua forma definitiva, pronta per essere mixata il 30 dicembre e pubblicata su 45 giri il 17 febbraio 1967.
È strano osservare come questo fu il primo singolo dei Beatles a non raggiungere il primo posto nella classifica inglese, e questo nonostante fosse pubblicizzato da uno dei primi video musicali della storia, che potete vedere qui.
Ho sentito per la prima volta “Strawberry Fields” da bambino, nella orrenda versione di un gruppo pop anni ’80 di cui non ricordo il nome (anzi, se mi aiutate a rintracciarlo mi fate un favore). Allora mi piacque, ma dovevo confrontarmi ancora con l’originale: ed è tutta un’altra storia. Non ho mai capito perché quelli che si sono cimentati con questa canzone l’abbiano spesso reda melensa e inoffensiva. Ma è un problema che riguarda tutte le canzoni dei Beatles. Viene chiamata beatlesiana qualunque canzoncina orecchiabile venga prodotta dal gruppettino pop del momento.Provate a sentire con attenzione il gran lavoro di batteria di Ringo Starr su questo pezzo e poi ne riparliamo…
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